I dati di un Paese non sono i dati di tutti i Paesi, servono a dare un’idea di come certe dinamiche possono funzionare (anche quasi esattamente) allo stesso modo su altre “nazioni campione”. Qui parliamo di un dato, ovvero le quasi nove officine indipendenti su dieci, nel Regno Unito, che hanno rifiutato o dirottato altrove interventi su auto elettriche e ibride plug-in negli ultimi sei mesi. Non è un boicottaggio, chiaro, quanto un’operazione di “spostamento” che incide, e non poco, sulla spesa da sostenere per i proprietari.
Il dramma è lei, l’infrastruttura, tecnica, formativa, informativa. Le auto elettriche moderne non sono vetture a benzina con un motore con le sue caratteristiche (e i riferimenti più o meno simili da modello a modello): sono architetture software su quattro ruote, con batterie ad alta tensione, inverter, moduli di gestione e strati di codice che si aggiornano quasi come uno smartphone. Lavorarci in sicurezza richiede formazione certificata, attrezzature specifiche e, soprattutto, accesso ai dati diagnostici. È qui che il sistema si inceppa.

Più di un’officina su quattro, secondo i dati di LKQ Euro Car Parts, fatica ad accedere ai sistemi diagnostici dei marchi più recenti che, non a caso, tendono a tenere stretti quei dati. Il meccanico di fiducia che seguiva l’auto da anni si trova davanti a una porta chiusa, e il proprietario finisce in concessionaria, con i costi che ne conseguono.
LKQ stima che questa asimmetria stia già costando agli automobilisti britannici oltre 260 milioni di sterline in costi di manutenzione aggiuntivi, cifra che potrebbe arrivare a 550 milioni se il divario tra officine indipendenti e centri autorizzati dovesse consolidarsi. Si tratta della traduzione economica di un monopolio informativo che si sta costruendo silenziosamente, riparazione dopo riparazione.
Le officine non stanno ignorando la transizione. Stanno investendo in formazione, in attrezzature, in tempo sottratto al lavoro ordinario. Il settore si sta muovendo, ma lo fa su un terreno sconnesso, dove la velocità dell’investimento dipende anche da quante informazioni i costruttori decidono di condividere.
