L’Europa cambia idea sui motori a combustione per la terza volta in meno di due anni. A Pechino, immaginiamo, qualcuno ha già aperto lo champagne. Francia e Germania starebbero preparando una posizione comune per abbassare ancora l’asticella del 2035: dal 90% di riduzione delle emissioni proposto dalla Commissione a circa l’80%. Sulla carta l’obiettivo legale resta il 100%, e gli ultimi ritocchi devono ancora passare il vaglio legislativo. È ancora tutto un cantiere aperto.
Nel 2025 Bruxelles ha concesso ai costruttori di calcolare la media delle emissioni sul triennio 2025-2027 invece di rendere conto anno per anno. A dicembre 2025 è arrivato il colpo più pesante: la Commissione ha proposto un taglio del 90% rispetto ai livelli del 2021, con quel 10% restante da compensare tramite acciaio europeo a basse emissioni, carburanti sintetici o biocarburanti. Ora Parigi e Berlino vogliono togliere altri dieci punti e rendere più morbido anche l’obiettivo intermedio del 2030.

La lettura più facile è che tutto questo trambusto in Europa faccia un favore enorme ai cinesi. Gli argomenti a favore della flessibilità non sono campati per aria: i costruttori europei devono finanziare piattaforme elettriche, batterie, software e fabbriche mentre i conti vanno sotto pressione, e poter vendere ancora ibride e termiche gli garantisce margini per sopravvivere alla transizione.
Il rovescio della medaglia, però, c’è. Se la pressione regolatoria si allenta, chi ha fretta di abbassare i costi delle elettriche? Nel frattempo i marchi cinesi non si fermano: valgono circa il 10,7% del mercato europeo e, tra le ibride plug-in, superano già il 26% di quota.
Quello che conta davvero è chi, tra tre o quattro anni, avrà in listino le elettriche più economiche, le batterie migliori e i cicli di sviluppo più rapidi. Su questo la Cina parte con il vantaggio di chi produce già su larga scala, e lo sta usando per sbarcare da noi.
Dire che l’Europa stia “aiutando la Cina” è quindi un’interpretazione, certo. Quello che è un fatto, invece, è che cambiare le regole in corsa mette in crisi investimenti che richiedono anni di pianificazione. Chi deve decidere dove spendere miliardi, con le norme che ballano a ogni trimestre, difficilmente dorme sonni tranquilli.
